Laura Piretti

Chiunque si avvicini alla tradizione indù nota la grande varietà di divinità che vengono fatte oggetto di culto, nonostante l’induismo odierno sia sostanzialmente riconducibile a due sole religioni: il Vishnuismo e lo Shivaismo e ciascuna di esse sia, nella sostanza, monoteista. D’altra parte anche Vishnu e Shiva possono essere percepiti come manifestazioni, l’una sostenitrice della creazione, l’altra distruttrice della  stessa,  di un assoluto impersonale definito Brahman.

Sulla base di alcune grandi verità di carattere, potremmo dire dogmatico, sulle quali si fonda l’essere o no indù, s’innestano alcune religioni, a loro volta frammentate in numerose sette, correnti e devozioni che nessuna chiesa centrale ha mai cercato di unificare.
In pratica l’indù non può non credere alla legge universale di karman e saṃsara (ciclo delle rinascite determinato dalla legge del karman), che è alla base anche della divisione sociale in caste,  non può non ritenere sacri gli antichi testi del Veda, che descrivono il mondo come un Sacrificio, per celebrare il quale i sacerdoti brahmani  compiono i loro riti e recitano le loro formule sacre; non può sottrarsi al dovere sociale che gli impone di essere un buon padre di famiglia, una buona moglie, un buon figlio o figlia con diritti e doveri  ben stabiliti. Tutto il resto di quello che viene comunemente definito religione è affidato a scelte personali o familiari. Se essere devoti di Vishnu, di Shiva o di nessuno, se credere e praticare la via mistica dell’ascesi, se essere devoto di Kali o disprezzare come “estremisti” i devoti di Kali, è qualche cosa di personale rispetto alla necessità e al valore vincolante dei principi tradizionali.
E’ attorno a questi centri di gravità, vale a dire le grandi idee, quelle sì di fede, a cui tutto è riconducibile, pur con linguaggi e strumenti espressivi in evoluzione con i tempi, che brulica il variegato mondo della religione indù: dei, storie, devozioni e culti di ogni tipo.
In questo polimorfismo religioso, soprattutto in relazione alle due figure principali di Vishnu e Shiva, il dio ha una controparte, una potenza femminile, motore della creazione concepita come primigenio accoppiamento. Lo sfondo filosofico-religioso su cui poggia il concetto di sposa del dio è l’unità degli opposti, l’uno-due, la luce e il buio, il bene e il male, il giorno e la notte, la vita e la morte, il maschile e il femminile, ma, soprattutto, la creazione e la sua distruzione.
Quest’ultima idea è alla base della concezione ciclica del tempo che prevede un ripetersi degli eventi, collegata alla concezione di karman e saṃsara, sui si innesta il concetto di liberazione (moksha), vale a dire l’uscita dal ciclo del tempo. Dopo la distruzione della creazione, alla quale contribuisce Shiva con la sua terrificante danza cosmica, si assiste ad un rinnovo della creazione, garantito e sostenuto da Vishnu che però, proprio per essere il creatore, ha in sé i semi della distruzione di ciò che ha creato, così come il distruttore Shiva ha in sé la potenza  della creazione che verrà dopo.
    
Durga e Kali
Tale potenza del dio, il suo femminile è Devi (dea) dai mille volti e mille nomi. Devi si manifesta con caratteristiche dolci, belle e “femminili” secondo i comuni canoni di sottomissione e devozione assoluta, talvolta ha invece caratteristiche “terribili”. La splendida Parvati è la sposa di Shiva, ed è al contempo, la quintessenza della femminilità divinizzata, ma sono Durga e soprattutto Kali,l ’aspetto nero di Devi, ad essere  più spesso accostate alla figura di Shiva.
Secondo la tradizione la bellissima Durga fu creata dalla furia degli dei, impotenti a sconfiggere il grande demone, sovvertitore dell’ordine cosmico (quello che determina la distinzione fra bene e male).
Tanto protervo era il sostenitore del disordine che voleva possederla, lei, promessa sposa di Shiva, vergine guerriera dalle molte braccia, ornate di splendidi gioielli e, insieme, armate con le terribili armi donatele dagli dei.
Il grande demone viene sconfitto e nella battaglia finale, nel momento più difficile del combattimento, dalla fronte adirata di Durga, scaturisce Kali, l’aspetto tremendo e furioso della già terribile Durga.
Il carattere ancora oggi “sanguinario” del culto di Kali, alla quale si sacrificano animali, non impedisce che tale culto si presenti il più delle volte con caratteri sereni.  Perché Kali è la madre, la dolce madre, a lei il devoto si rivolge trepidante come un bimbo in cerca di protezione, anche se gronda sangue dalla bocca perché divora i suoi figli, se è raffigurata come una terribile megera, con la pelle scura e grinzosa, con la lingua penzolante, con una collana di teschi al collo, signora della morte o del tempo, come dice il suo nome.
E’ naturale chiedersi con meraviglia da dove vengano queste dee terribili.  Sono forse residui preistorici riaffiorati nella religione dei Padri?  Durga, la guerriera splendida e invincibile, qualche volta, nelle feste che costellano il calendario indù, viene presentata tutta adorna come una ragazza che va a ballare, portata in processione, vezzeggiata coccolata dai devoti  come una giovane sposa da consolare perché, come troppo spesso accade alle mogli, è tiranneggiata dal crudele Shiva.
E Kali, la nera dea della morte, a cui le sette segrete dei tagliatori di teste dedicavano le loro vittime, come può essere la madre che protegge le case e i suoi occhi stilizzati sono disegnati dappertutto su borse, magliette e sembrano osservarci dalle bancarelle di tutti i mercati del mondo?
Dal punto di vista dello storico delle religioni, i dubbi sembrano davvero pochi: tale culto sarebbe il riemergere nella religione brahmanica, quella del sacrificio vedico e dei suoi riti, della religione precedente, quella degli abitanti delle città protostoriche della valle dell’Indo che, per il carattere agricolo della loro economia, conoscevano e praticavano un culto della madre o della terra, come sembrano indicare le numerose statuette con i caratteri femminili in evidenza, ritrovate negli scavi.
Gli aspetti più forti di questo culto erano probabilmente volti ad incanalare, frenare la forza della natura (pensiamo alle inondazioni dell’Indo, ai monsoni, ai terremoti) che poteva anche essere distruttrice; probabilmente il risvolto tremendo e pericoloso del culto della madre era marginale e praticato da ceti sociali emarginati anch’essi o almeno periferici rispetto alla religiosità ufficiale.
Quando poi nella religione del sacrificio e nei due sistemi del Vishnuismo e dello Shivaismo, che da essa si svilupparono, riemerge l’idea che ogni Signore dell’Universo, sia esso Vishnu o Shiva, ha una potenza femminile, (la sua Shakti), si sviluppa un culto che mantiene, in qualche suo aspetto, l’antico ruolo trasgressivo e sanguinario, relegato, almeno secondo l’ufficialità brahmanica, a pratiche per individui impuri, magari fuori casta.
Che significato ha, dunque, l’aspetto pauroso della dea? Perché e come tale orrido aspetto è complementare a quello materno e benefico? Come mai, al di là delle riserve della religione ufficiale, il culto di Kali si diffonde, edulcorato dai suoi aspetti più crudi, anche fra le cosiddette “persone per bene”?
Il fatto è che il gioco degli opposti, unico, secondo la forma mentis indù a rappresentare la completezza dell’Assoluto, fa sì che la madre, colei che dà la vita, sia anche colei che la toglie. La rassicurazione si raggiunge  solo dopo la paura più estrema, persino il bene è tale solo dopo aver conosciuto il male. Attraverso l’orrendo volto di Kali e la paura dell’annientamento, il devoto, preso per mano nel suo terrore, proprio per la paura che Kali gli incute, comprende e si impadronisce di una verità che lo salverà davvero: capisce che ciò che sembra in realtà non è, che la morte è solo una manifestazione della vita. Perché Kali è, in realtà, materna e sorridente e libera il devoto dalle paure che essa stessa ha suscitato.
Dai culti più popolari, alle concezioni filosoficamente più ardite, attraversare la paura di Kali, fidandosi di lei, è sempre una metafora della ricerca della verità che, secondo gli indù, passa attraverso la liberazione dall’ingannevole illusione dei sensi.
Ed è anche il necessario disvelamento, come verità religiosa o come realtà antropologica, che il femminile è una potenza prima e necessaria.

 

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  • conoscenza delle basi culturali e filosofiche dello Yoga
  • conoscenza delle basi scientifiche
  • conoscenza delle basi del counseling
  • sviluppo delle proprie potenzialità umane

programma completo

 

I livello Lo Yoga in gravidanza e nella nascita

  • conoscenza delle tecniche di yoga applicato alla gravidanza e alla nascita
  • conoscenza della fisiologia della gravidanza e della nascita
  • conoscenza delle basi del counseling
  • acquisizione di strumenti utili nell’accogliere la vita naturalmente

I livello Lo Yoga per bambini e anziani

  • Imparare gli esercizi e la modalità con cui proporre lo yoga applicato ai bambini e agli anziani
  • conoscenza delle fasi dello sviluppo psicofisico del bambino e dei processi di invecchiamento
  • conoscenza della pedagogia dello yoga
  • acquisizione di strumenti utili per l’accudimento

 

  • approfondire lo studio della propria pratica personale
  • approfondire argomenti teorici inerenti allo Yoga e alla sua pedagogia
  • avere l'occasione di uno scambio alla pari, con altri insegnanti, per poter condividere e confrontarsi
  • lavorare su di sé avvalendosi di una supervisione condotta da professionisti della comunicazione, per poter sviluppare maggior conoscenza di sé e coscienza delle proprie risorse e potenzialità

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